Walter Benjamin (1892–1940) è stato uno dei pensatori più eclettici, geniali e difficilmente catalogabili del Novecento. Di ricca famiglia ebraica berlinese, visse un'esistenza tormentata dal punto di vista economico, affettivo e accademico (la sua tesi di abilitazione sul dramma barocco tedesco venne respinta dall'Università di Francoforte). Intellettuale indipendente, collaborò saltuariamente con Max Horkheimer e Theodor Adorno, rimanendo però sempre su una posizione originale che fondeva in modo audace il marxismo eterodosso, il misticismo ebraico (la Cabala, approfondita grazie all'amicizia con lo studioso Gershom Scholem) e le avanguardie artistiche come il surrealismo. Con l'ascesa del nazismo iniziò un doloroso esilio a Parigi. Nel 1940, nel disperato tentativo di fuggire dalla Francia occupata verso gli Stati Uniti attraverso i Pirenei, credendosi ormai braccato dalla polizia di frontiera spagnola collaborazionista, si tolse la vita a Portbou.
Il contributo filosofico
La riproducibilità tecnica e la perdita dell'aura dell'opera d'arte
Nel saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936), Benjamin sviluppa una delle teorie estetiche e mediatiche più importanti della modernità. Egli analizza l'avvento delle nuove tecnologie di riproduzione visiva e sonora, come la fotografia e il cinema.
Nel passato, l'opera d'arte tradizionale (un quadro di Rembrandt, una statua greca) possedeva un'aura: un'atmosfera magica di unicità, autorevolezza, sacralità e irripetibilità. L'aura era legata al "qui ed ora" dell'opera, alla sua collocazione fisica in un luogo specifico (un altare, una collezione nobiliare) e alla sua funzione originaria all'interno dei rituali religiosi o magici.
Con la nascita della fotografia e del cinema, l'opera d'arte può essere riprodotta all'infinito e consumata ovunque. Questo fenomeno distrugge l'aura: l'opera perde la sua sacralità aristocratica e si "avvicina" spazialmente alle masse. Benjamin non valuta questo processo in modo puramente nostalgico o negativo (a differenza di Adorno): intravede nella caduta dell'aura una straordinaria opportunità di democratizzazione dell'arte. Sottratta all'alveo del rito sacrale, l'arte fonda la sua pratica su un'altra dimensione: la politica. Le masse possono ora fruire dell'arte in modo collettivo e critico, contrastando il tentativo dei regimi fascisti di utilizzare l'arte per ipnotizzare il popolo (l'estetizzazione della politica).
La filosofia della storia: la critica al progresso e l'Angelus Novus
Nelle fulminee e poetiche tesi Sul concetto di storia (scritte nel 1940, poco prima di morire), Benjamin sferra un attacco demolitore contro la concezione lineare e ottimistica della storia tipica del positivismo borghese e del marxismo dogmatico, i quali leggevano la storia come un cammino automatico verso il progresso materiale.
Per scardinare questa illusione, Benjamin commenta un acquerello di Paul Klee intitolato Angelus Novus. Immagina che l'Angelo della Storia abbia il viso rivolto verso il passato: dove noi vediamo una catena di eventi logici e progressivi, l'angelo vede un'unica, immane catastrofe che accumula incessantemente macerie su macerie ai suoi piedi. L'angelo vorrebbe trattenersi, curare le ferite dei sofferenti e risvegliare i morti, ma dalle sue ali si impiglia una tempesta che soffia dal paradiso con tale violenza da spingerlo inarrestabilmente in avanti verso il futuro. Questa tempesta è ciò che la modernità chiama "progresso".
La storia ufficiale è sempre la storia scritta dai vincitori, i quali sfilano in un corteo trionfale calpestando i corpi dei vinti. Il compito del materialista storico e del filosofo non è accodarsi a questo trionfo, ma "spazzare la storia contropelo", squarciare il tempo lineare per recuperare la memoria degli sconfitti e delle vittime della storia.
Il tempo messianico e la Rivoluzione come interruzione
Collegato alla critica del progresso è il concetto benjaminiano di tempo. La modernità vive nel "tempo omogeneo e vuoto" dell'orologio, in cui ogni istante è uguale all'altro e scorre passivamente. La rivoluzione vera non è l'accelerazione di questo tempo, né la locomotiva della storia, ma è l'interruzione del continuum temporale, il freno d'emergenza che blocca la corsa verso il baratro. Benjamin introduce la nozione di tempo messianico: ogni attimo della storia racchiude in sé una "piccola porta" attraverso la quale può fare irruzione il Messia, inteso come la possibilità improvvisa, immediata e radicale di compiere la rivoluzione, riscattando le sofferenze del passato ed effettuando una redenzione storica.
Il Progetto dei Passages: l'archeologia della merce
Durante gli anni parigini, Benjamin lavorò a un'opera monumentale rimasta incompiuta, nota come il Passagenwerk (Il lavoro sui Passages). L'opera intendeva studiare i passages di Parigi, le gallerie commerciali coperte di ferro e vetro nate nell'Ottocento, considerate dal filosofo le culle del moderno capitalismo di consumo. Attraverso una tecnica di montaggio letterario (una collezione immensa di citazioni, frammenti, appunti di cronaca), Benjamin analizza le figure tipiche della metropoli moderna: il flâneur (l'intellettuale che cammina senza meta tra la folla, osservando la città come un panorama), le prostitute, i collezionisti e le merci esposte nelle vetrine come nuovi feticci religiosi. L'obiettivo era risvegliare la coscienza collettiva dal "sogno fantasmagorico" del consumismo ottocentesco, rintracciando le origini della nostra alienazione attuale tra i detriti della cultura materiale.
Conclusione
Benjamin ha rivoluzionato lo studio della cultura pop e dei media, insegnandoci a cercare le tracce della verità filosofica nei frammenti scartati dalla storia e a intendere la giustizia come un dovere di memoria nei confronti di chi è stato sconfitto.
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